Colloqui di lavoro e privacy su facebook

Colloquio e privacyIl candidato si è presentato al colloquio, puntuale. E’ in sala d’attesa ed aspetta il suo turno. Scorre mentalmente le risposte alle solite domande su esperienze professionali precedenti e referenze. Figurarsi, è ben rodato… ne ha fatti tanti di colloqui.

 

Ecco, finalmente è il suo turno. Entra nella stanza, gli presentano il responsabile che tiene le selezioni, stretta di mano decisa, siede e inizia il colloquio. Sta andando tutto bene. Il selezionatore ascolta. Contemporaneamente guarda il monitor del suo portatile e cerca il profilo del candidato su Facebook. Lo trova, ma non può accedervi perché è profilo privato. Così gira il portatile verso il candidato e… “Scusi, può inserire le sue credenziali di accesso?”. Il candidato rimane attonito. Gli stanno chiedendo username e password del suo profilo Facebook? Cosa succede?

 

Succede che negli Stati Uniti alcune aziende chiedono l’accesso ai profili personali dei candidati andando ben oltre la ricerca del profilo Facebook di una persona.

 

“E’ come chiedere ad un estraneo le chiavi di casa” dice Orin Kerr professore alla Facoltà di Legge della George Washington University. Aggiunge che alcuni stati degli USA hanno intenzione di promulgare leggi ad hoc per rendere esplicitamente illegale la richiesta delle password dei social network dei profili dei candidati.

 

Da quando hanno iniziato a diffondersi i social media la prassi dei manager americani è stata quella di ricercare i profili dei candidati sulla rete. Ma molti utenti rendono i loro profili privati oppure utilizzano nomi di fantasia, in questo modo scelgono come e dove farsi trovare.

 

Altre aziende hanno usato trucchi più raffinati per aggirare l’ostacolo del profilo Facebook privato. Ad esempio chiedendo ai responsabili delle risorse umane di diventare “amici” su Facebook per poter controllare i profili “in chiaro”. Chiedere la password di Facebook è una prassi più diffusa nella azienda pubbliche americane che in quelle private. In particolare in quelle che si occupano della ricerca di personale di polizia e di pubblica sicurezza.

 

In particolare c’è la testimonianza di un’agente di sicurezza del Maryland il quale sostiene che durante un colloquio di riammissione al lavoro dopo un periodo di congedo (richiesto dopo la morte di sua madre) gli sia stata chiesta la sua password di Facebook. Sbalordito ha comunque deciso di acconsentire alla richiesta. Il pensiero dell’agente in quel momento è stato: “ho bisogno di questo lavoro per sfamare la mia famiglia”.

 

L’allarme è stato lanciato dalla American Civil Liberties Union indicando chiaramente che le aziende americane non sono nella posizione di violare la privacy dei candidati, per nessuna ragione. Il fenomeno ha raggiunto una certa rilevanza. Tanto, da scomodare  Erin Egan, Chief Privacy Officer di Facebook, che ha pubblicato un comunicato stampa ufficiale nel quale invita gli utenti di Facebook a non cedere a terzi le credenziali di accesso al profilo personale di Facebook. Specie in questo momento in cui l’offerta di lavoro è scarsa,  le fasce più deboli della popolazione potrebbero esserne le categorie più esposte a questo malcostume. I candidati si sentono costretti a cedere questa violazione pur di ottenere o mantenere un lavoro.

 

Alcune aziende hanno modificato il loro comportamento chiedendo al candidato di accedere alla loro pagina Facebook durante i colloqui. Non cambia nulla. Rimane una violazione della privacy ugualmente. E’ comprensibile il desiderio dei selezionatori di capire e conoscere di più di una persona ma questo modo di agire rimane una violazione della privacy. E se da un lato le aziende spingono per  avere accesso agli account dei dipendenti dall’altro cercano di tutelarsi. Infatti, alcuni lavoratori sono stati tenuti a firmare dei “non-disparagement agreements” ovvero dei patti in cui i lavoratori si impegnano a non parlare male dell’azienda sui social media.

4 pensieri su “Colloqui di lavoro e privacy su facebook

  1. Ottimo articolo, io credo di non poter mai cedere a questa pretesa. Penso che le regole devo essere ben chiare: chi offre lavoro non deve mai chiedere le credenziali, e nessun candidato deve essere obbligato a rivelarle, soprattutto quando è alla “disperata” ricerca di un lavoro.

  2. Richiedere così le credenziali di accesso è una palese violazione della disciplina di tutela della riservatezza, mancando qualsiasi informazione sul trattamento, sulle sue modalità e finalità, e rischiando addirittura che il selezionatore memorizzi le credenziali, e si sostituisca all’utente nell’identificazione.
    Del resto, mi pare una manovra piuttosto ingenua, visto che è facile superare la difficoltà di rintracciare il profilo creato con nome di fantasia, utilizzando un programma di riconoscimento facciale, come ha certificato lo studio del prof. Acquisti alla Carnegie Mellon University, e che sono diffusi programmi che “sniffano” le password. Altrettanto illeciti della richiesta di digitarle, ma meno riconoscibili (e per questo più pericolosi).
    Mi auguro che anche nel nostro paese si diffonda la consapevolezza che cedere la propria riservatezza significa vende se stessi. Nessuna retribuzione vale altrettanto

  3. Stefania sono fondamentalmente d’accordo con te. Ma il problema è che mettono i candidati con le spalle al muro quando sono faccia a faccia al colloquio. E li diventa un out out. Il candidato in cerca di lavoro può cedere e consegnare le sue password, schiacciato dalla necessita di trovare lavoro….

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